
Sentendo parlare i miei nipoti dei loro insegnanti , la memoria va al mio caro maestro.
Io ribelle per natura l’ho messo a dura prova , lui con me le ha provate proprio tutte , un giorno mi chiese cosa volevo farne della mia vita e non seppi cosa rispondere.
Le note che portavo a casa non servivano a niente , perché i miei genitori pensavano che la vera scuola è il lavoro.
Quando smise di interessarsi a me e mi considerò un caso senza speranza “ un nessuno fra i tanti qualcuno “ mi accorsi di non essere più al centro dell’attenzione e scattò in me una reazione positiva , una sfida da vincere con me stesso per recuperare il tempo perduto e alla fine ci riuscii.
Ora saprei cosa rispondere a quella domanda , ma lui non c’è più e forse si era dimenticato di me : “ io per lui ero uno dei tanti , lui per me è stato uno dei pochi”.
Caro maestro
A pensar el primo dì de scoea,
me vien sqasi a tremaroea.
Me pare e me mare, me gavea insegnà,
che par mi, te geri na utorità.
No soeo de inparar, ma anca de ducassion,
par darghe calcossa de pì, aea nostra tradission.
E si maestro, a to testa par insegnarme,
e qalche volta e to man par cresemarme.
Dee volte, te me davi del somaro,
e me mare me disea: “ A gò proprio caro “.
E mi puntilioso a far puito, me sforsavo,
che ogni dì che passava, meio ndavo.
Altri tenpi, altre idee e naltra mentaità,
ma vedo che calcossa de bon te me ghè assà.
Te ringrassio, de ti no me sò desmentegà,
che ncora desso me insogno a oci sarà.
Angeo dei Dori












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